Il 20 settembre si celebra la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi. Le storie di Giulio Prunai e di Osvaldo Benvenuti
La Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda Guerra mondiale si celebra il 20 settembre perché il 20 settembre 1943 Hitler cambiò lo status dei prigionieri di guerra italiani, catturati dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, trasformandoli in "internati militari".
Questo li privò della protezione della Convenzione di Ginevra e li costrinse al lavoro coatto nell'economia bellica tedesca.
La legge 13 gennaio 2025, n. 6, riconosce come "internati militari" anche coloro che sono stati destinati al lavoro coatto a causa del proprio rifiuto, non solo al nazionalsocialismo, ma anche a collaborare con la Repubblica Sociale Italiana.
Circa 50.000 internati morirono nei campi per malattie, fame, stenti, uccisioni.
Le Memorie di Resistenza fiorentina raccontano l'esperienza di due uomini, Osvaldo Benvenuti e Giulio Prunai, accomunati dalla medesima forma di opposizione al nazifascismo: la Resistenza disarmata degli Internati Militari Italiani (IMI).
Giulio Prunai, nato a Siena nel 1906, archivista di professione e tenente commissario di complemento della Regia Marina, dopo l'8 settembre 1943 si trova a Tolone. Catturato dalla Wehrmacht, rifiuta di arruolarsi con i tedeschi o con la RSI e viene deportato. Passa attraverso sette diversi campi di concentramento tra Germania e Polonia (tra cui Limburg, Deblin, Oberlangen e Sandbostel).
In condizioni estreme di fame, freddo, parassiti e violenze, riesce a tenere segretamente un diario di oltre 1.000 pagine. Scrive su buste aperte e sui margini di testi accademici che aveva con sé, usando nomi di santi in lettere greche per datare gli appunti ed eludere i controlli delle SS. Rientrato in Italia a settembre 1945, riprende la carriera archivistica diventando Soprintendente Archivistico per la Toscana.
Durante l'alluvione di Firenze del 1966 coordina i soccorsi per il recupero degli archivi alluvionati, mettendo a frutto lo spirito d'adattamento appreso nel lager. Il suo diario, trascritto poi dalla figlia Maria e pubblicato con il titolo "La sboba", rappresenta una delle testimonianze più complete della memoria degli IMI.
Anche Osvaldo Benvenuti vive la tragica esperienza della cattura dopo il crollo dell'esercito italiano nel settembre del 1943. Messo davanti all'opzione di aderire al fascismo repubblichino pur di tornare in patria, oppone un netto rifiuto.
Categorizzato come IMI subisce la fame, le vessazioni e il lavoro coatto fino alla fine del conflitto. Riuscirà a rientrare a Firenze soltanto nel novembre del 1945, provato dalla deportazione ma testimone della fermezza di chi disse "no" alla dittatura senza imbracciare le armi.