Un mosaico di lingue, culture e destini che racconta il volto internazionale della Resistenza fiorentina
Quando si racconta la Liberazione di Firenze, spesso si parla genericamente degli “americani”. In realtà, nell’estate del 1944 la città fu attraversata da una moltitudine di eserciti diversi. A entrare a Firenze furono soprattutto i soldati dell’VIII Armata britannica, composta da uomini provenienti da molti territori dell’Impero britannico: inglesi, scozzesi, sudafricani, neozelandesi, maori del 28° battaglione, indiani sikh, gurkha e canadesi. Solo successivamente arrivarono gli americani della V Armata.
Le Memorie di Resistenza fiorentina restituiscono volto e voce a questi giovani soldati, spesso poco ricordati nella memoria pubblica italiana. Erano ragazzi lontani migliaia di chilometri dalle loro case, coinvolti in una guerra che li aveva portati sulle colline toscane e nelle strade dell’Oltrarno, accanto ai partigiani fiorentini.
Tra le storie raccontate emerge quella del giovane tenente scozzese Hugh Mortain Snell, il primo soldato alleato morto a Firenze. Aveva solo ventuno anni e cadde nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1944, durante la distruzione dei ponti sull’Arno, mentre partecipava a una pattuglia di ricognizione insieme a soldati alleati e uomini del Corpo Italiano di Liberazione.
Ci sono poi i soldati neozelandesi, i primi ad arrivare nella zona di Monticelli e Ponte alla Vittoria, e i canadesi che combatterono accanto ai partigiani contro i franchi tiratori ancora presenti nell’Oltrarno. Un contributo decisivo venne anche dai reparti indiani della 8ª Divisione, impegnati non solo nei combattimenti ma anche nella protezione delle opere d’arte fiorentine, tra cui la Primavera di Botticelli custodita nel castello di Montegufoni.
Fra le vicende più emblematiche c’è quella di Joe Nishimoto, soldato statunitense di origine giapponese del 442° Regimental Combat Team. Il 31 agosto 1944, sul cosiddetto “Ponte dei cazzotti” di Mantignano, compì un’azione coraggiosa che permise alla sua compagnia di attraversare il ponte sotto il fuoco nemico, guadagnandosi la Silver Star. Tra le testimonianze più significative raccolte dal progetto ci sono anche quelle di Manakampat Kesavan Unni Nayar e di Tau Rewharewha, due figure che raccontano la dimensione realmente globale della Liberazione di Firenze. Nayar, ufficiale indiano dell’esercito britannico, apparteneva a quei reparti provenienti dal subcontinente indiano che combatterono in Toscana contribuendo anche alla salvaguardia del patrimonio artistico fiorentino. Tau Rewharewha era invece un soldato maori del 28° Battaglione neozelandese, uno dei reparti più celebri e combattivi dell’esercito alleato.
Molti di questi soldati appartenevano a minoranze etniche o linguistiche nei loro paesi d’origine. Alcuni combattevano per una libertà che ancora non possedevano pienamente nei propri Stati. Le loro tombe, oggi custodite al Florence War Cemetery del Girone, raccontano questa pluralità: croci cristiane, stelle di David, simboli sikh, iscrizioni in arabo o in caratteri asiatici testimoniano il carattere internazionale della Liberazione di Firenze.
Raccontare gli alleati significa dunque raccontare una Firenze liberata da una “babele di lingue”, dove giovani provenienti da ogni parte del mondo combatterono insieme ai partigiani italiani contro il nazifascismo. Una memoria che continua a parlare anche al presente, ricordandoci quanto la libertà sia stata una conquista collettiva e internazionale.